In questi ultimi anni, il posizionamento nelle "classifiche" internazionali e non di studenti ed istituzioni formative è diventato l'incubo ricorrente di chi opera nella scuola come nell'università.
1. Il ministro Mussi ha affermato che "lo Stato negli Stati Uniti mette molti più soldi nell’università che in Italia". Inoltre, secondo il ministro, l’Italia spende per studente troppo poco: €8,700 l’anno, meno di paesi come Gran Bretagna (€9,800), Francia (€9,600), Germania (€11,000) e Scandinavia (€13,000). Vero o Falso?
3. Il ministro Mussi ha affermato che vi sono "100 università italiane tra le 500 migliori al mondo", e che se si prende in considerazione "il ranking corretto per dimensione", due atenei italiani si piazzerebbero tra le prime 22. Vero o Falso?
Per le risposte vi rimando all'articolo.
Parole chiave: finanziamenti, ranking, università
Inserito da Maria Grazia Fiore @ Multiverso |

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Commenti
Una possibile sintesi:
l'informazione è spesso superficiale e i politici dicono spesso bugie.
Può andare?
È difficile fare un confronto con gli Stati Uniti, perché la maggior parte delle università sono private
??????? non mi torna!
Che l'informazione sia superficiale, soprattutto quando si parla di scuola e di università, è quasi una norma, ormai.
Ciò che mi ha colpito in particolare è una presunta qualità della didattica, misurata con il bilancino del rapporto numerico docente/studenti. A prescindere che questi rapporti sono sempre virtuali (all'interno di una stessa università si possono avere corsi affollatissimi e corsi deserti), non c'è null'altro che possa fare la differenza nella didattica universitaria?
Certo che il rapporto numerico è importante ma tutta un'altra serie di variabili quali le strategie didattiche per quel tipo di studenti, quel tipo di materia e quel contesto universitario (inteso anche in termini di strutture), dove le mettiamo?
Ma, soprattutto, il docente universitario riflette sulla propria didattica? Reputa che sia importante farlo?
Si può continuare a parlare di qualità della formazione limitandosi a fornire numeri (e a cercarli), nella folle scalata alle classifiche internazionali? Non occorrerebbe forse uno sguardo più profondo, una lettura più complessa che sì, ci fornisca dei dati discreti ma non si dimentichi di darci anche delle indicazioni di senso verso cui indirizzare il cambiamento?