Caterina Policaro :: Blog :: Intelligenza collettiva o Dumbness of crowds

febbraio 10, 2007



Semplifico da qui. Prendiamo la comunità degli appassionati dei cani, gente esperta e appassionata. Diamo loro un compito collaborativo: progettare il cane perfetto lavorando attreverso gli strumenti di comunicazione online, tenendo conto del contributo di tutti e facendo in modo che nel prodotto finale confluiscano e abbiano la stessa importanza le idee di tutto il gruppo.
P. Levy la chiamava intelligenza collettiva. "Oggi, se due persone distanti sanno due cose complementari, per il tramite delle nuove tecnologie, possono davvero entrare in comunicazione l'una con l'altra, scambiare il loro sapere, cooperare." Altri hanno definito questo processo apprendimento collaborativo. Non entriamo nei dettagli, ritorniamo al cane perfetto.
Due saranno i possibili risultati alla fine del processo: il cane generico, un cane astratto che possiede la media delle caratteristiche attribuite dai partecipanti oppure il Frankendog, composto da un patchwork di parti che nè in natura nè altrimenti sarebbero state mai aggregate insieme.

In entrambi i casi il prodotto dell'intelligenza collettiva/apprendimento collaborativo non rappresenta una conoscenza condivisa del gruppo e la conseguente creazione dell'innovazione, ma l'aggregazione della conoscenza dei singoli, mediata dalla comunicazione online, dalle sue dinamiche, dai suoi strumenti, ma non prodotta dalla collettività. "Dumbness of Crowds" viene chiamata. L'incapacità reale (o l'impossibiità) dei gruppi di persone di parlare in quanto gruppo e non in quanto singoli componenti del gruppo. La differenza fondamentale col concetto di intelligenza collettiva in questo esempio: è molto più facile dall'insieme di set di foto su Flickr (appertenenti a singoli) produrre nuove idee di condivisione e collaborazione (Intelligenza collettiva) che un gruppo di persone lavori insieme per editare e modificare una foto su Flickr (Dumbness of Crowds...riusciranno i nostri eroi o sarà sempre un singolo alla fine a lavorarci su e non il gruppo?).

Il web 2.0 così come l'e-learning 2.0 si fondano sul social software, sulla condivisione della conoscenza, sulla collaborazione in rete ecc. A ben pensarci è però il singolo che scrive le sue idee nel suo blog, è il singolo che inserisce i suoi video su Youtube o le foto su Flickr, sono singole persone che aggiornano e curano le voci di Wikipedia, sono i singoli Twitter a rispondere alla domanda "Cosa stai facendo?".
La conoscenza condivisa è conseguenza non punto di partenza.

In effetti, in aula così come in corsi e-learning, l'apprendimento collaborativo è sempre difficile da realizzare. E poi prende molto tempo, richiede di investire molte energie. "Collaborative learning is often like putting your right hand over your head to scratch your left ear. It just takes too long." (D. Clarck)

E' nel processo di progettazione del cane perfetto che ognuno avrà imparato qualcosa di nuovo e rilevante, ma prima di tutto per sè stesso. E' nel processo di costruzione del proprio pezzo di cane perfetto che il singolo cercherà risorse e informazioni, le assemblerà, le aggancerà alla conoscenza pregressa, ci ragionerà.  Le reti e le relazioni verranno dopo. Saranno espressione di collettività ma proprio grazie alle conoscenze del singolo.

Forse è anche per questo che la blogosfera non può (almeno per ora) assumere una identità collettiva riconosciuta e riconoscibile. Però idee del singolo blogger, come questa di stefanoepifani che utilizza un  metodo di lavoro personale quale il prendere appunti e metterli in ordine, una volta condivise attraverso la rete, generano o no conoscenza condivisa? O meglio generano o no nuova conoscenza in ogni singolo che leggerà e farà propria per le parti che vorrà o semplicemente riproporrà l'idea come metodo condiviso nella blogosfera? Un po' come il discorso che si faceva più su delle foto su Flickr...

Tutto ciò va approfondito...che ne pensate?

Parole chiave: apprendimento collabrativo, conoscenza condivisa, dumbness of crouds, e-learning 2.0, intelligenza collettiva, web 2.0

Inserito da Caterina Policaro |


Commenti

  1. Tutto ciò va sicuramente approfondito.
    Anche alla luce di chi in letteratura (ad esempio, G. Stahl) considera come i processi cognitivi di 'qualsiasi' gruppo (group cognition) siano qualitativamente differenti da quelli degli individui che operano isolati, come le rappresentazioni costruite dal gruppo raggiungano un più alto livello di astrazione rispetto a quelle degli individui, come i significati costruiti in una discussione di gruppo siano il risultato di complesse modalità di interazione tra i diversi contributi piuttosto che un semplice collage delle idee espresse dagli individui.
    Tutto ciò nella consapevolezza di essere ancora lontani da una adeguata comprensione di questi processi.

    Marcello 

    Marcello Molino on sabato, 10 febbraio 2007, 16:27 CET #

  2. Che la rete sia un ambiente difficile per giungere a decisioni, sia per trovare la data di una riunione o  il cane perfetto, credo sia ormai noto a tutti. Non a caso, l'e-learning formale basato sulla collaborazione in rete si avvale spesso di robuste strutture in grado di canalizzare la comunicazione in modo efficace e molto finalizzato all'obiettivo.

    Cosa diversa è l'apprendimento informale, la serendipity alla quale siamo tutti quanti esposti, non soltanto in rete.

    Ma allora, a cosa servono tutti questi social "cosi"? Mah, intanto svolgono una funzione di "memoria collettiva" difficile da realizzare in altri modi: io continuo ad essere un entusiasta di del.icio.us, credo che il social bookmarking sia un elemento di straordinaria potenza. Poi, una funzione di comunicazione: come facciamo a "rimanere in contatto", a sapere cosa combinano i nostri conoscenti? E perchè dovremmo saperlo? Questo è, a mio parere, il connettivismo: essere parte di una rete ci consente di alleggerire la nostra "memoria personale": non è più necessario sapere molte cose, ma è sufficiente sapere dove e, ancora più importante, a chi chiederle. Una rete di persone, più che di risorse.

    Se ci pensiamo bene, è sempre stato così: chi è "in"  è sempre stato avvantaggiato rispetto a chi è "out". Oggi, anche grazie ai social software, può cambiare la definizione di "in" e "out" (non necessariamente in meglio: attenzione!!!!)

    Questo sito, per come la vedo io, dovrebbe avere questa funzione primaria: costituire una parte di questa rete. Potrebbe essere utile a persone che, in un momento della loro vita hanno incrociato LTE e che continuano a interessarsi di queste cose, mantenere un punto di contatto con altre persone che si trovano nella medesima situazione.

    Antonio Fini on domenica, 11 febbraio 2007, 14:55 CET #

  3. Diamo per scontata la rilevanza dei 'social cosi' nella costruzione di una qualche forma di intelligenza collettiva. Ma alcune domande interessanti, imho, sono: cosa sappiamo riguardo ai processi socio-cognitivi che la sostengono, ai diversi meccanismi che ne sono alla base? quali sono le differenze qualitative tra, ad esempio, i processi di apprendimento collaborativo intenzionale (tanto per richiamare la 'filosofia' dello CSILE) e quelli che nascono in questi 'social cosi'? hanno, questi due processi, qualcosa in comune, possono essere in qualche modo accostati (come fa Caterina nel suo post)? 

    Marcello 

    Marcello Molino on domenica, 11 febbraio 2007, 17:35 CET #

  4. Prime suggestioni su questo thread che potremmo intitolare "La genesi 2.0" :-D...

    1) I "social cosi" sono solo il materiale utilizzabile e utilizzato dai singoli come dai gruppi. La loro importanza deriva, a mio parere, dall'opportunità di usufruire liberamente di materiale non solo di "pubblico dominio" ma anche in qualche maniera rielaborato dai singoli in maniera diversa a seconda del proprio punto di vista. Le specializzazioni sono ormai troppe e non si può più fare a meno dell'altro se vuoi approfondire in maniera adeguata e competente un certo argomento.

    2) Cooperare per costruire una collezione sempre più ricca di immagini o di link è ovviamente altro dal cooperare/collaborare per utilizzare questi link o queste immagini per costruire qualcosa. La prima differenza qualitativa tra i processi di apprendimento collaborativo intenzionale e quelli di tipo informale è il grado di "allineamento" dei suoi componenti. Peter Senge ne parla così:

    "I singoli non sacrificano i loro interessi personali alla più ampia visione di gruppo; piuttosto, la visione condivisa diventa un'estensione delle loro visioni personali. In effetti, l'allineamento è la condizione necessaria prima che il potere dato al singolo possa aumentare il potere dell'intero gruppo. Dare potere al singolo quando vi è un livello di allineamento relativamente basso peggiora il caos e rende ancora più difficile la direzione del gruppo" [P. SENGE, "La quinta disciplina, Sperling & Kupfer Editori, p.271]

    Ciao :-)

    Maria Grazia Fiore on lunedì, 12 febbraio 2007, 08:55 CET #

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