Stephen Downes chiarisce il suo pensiero sui rapporti tra Web 2.0, scuola e e-learning 2.0.
Soprattutto quest’ultimo termine, del quale peraltro Stephen detiene la paternità, tende a confondersi con l’uso delle tecnologie Web 2.0 nella scuola.
Ora Stephen ci tiene a chiarire che la sua visione è di andare oltre la scuola, nel solco del movimento del deschooling.
In sintesi, sarebbe inutile introdurre Web 1, Web 2, 3 o qualsiasi altra diavoleria tecnologica all’interno della scuola perché essa, per sua natura, sarebbe incompatibile con la visione dell’autoapprendimento infinito e aperto, offerto a tutti (in teoria…) dalla rete.
Riporto una frase che mi sembra piuttosto esplicativa del Downes-pensiero, tratta da un altro post, molto più articolato del primo, e inserito in una stimolante discussione già esistente:
“Schools were designed for a particular purpose, one that is almost diametrically at odds with what ought to be the practices and objectives of a contemporary education, an education suited not only to the information age but also to the objectives of personal freedom and empowerment.”
Nessuna speranza, quindi? Non si può proprio riformare la scuola? L’apprendimento centrato sul discente è veramente incompatibile con l’istituzione?
E’ possibile mostrare qualche esperienza che dimostri il contrario?
Lo spoil system esteso ai programmi scolastici: il precedente governo (gasp!) aveva varato le famigerate 3I? Ebbene, si cancellino, si marginalizzi l’informatica, si faccia finta che Internet non esista (per la cronaca, nel testo il termine “Internet” ricorre 0 volte.. salvo sviste…). Si ignori la competenza digitale, che pure figura tra le otto competenze chiave individuate dall’Unione Europea (ma siamo sicuri di farne parte???).
Come si dice? Mi pare “buttare il bambino con l’acqua sporca”, vero?
D’accordissimo nel ritornare alle tabelline ed alla grammatica (che per la verità, a quanto mi risulta da padre di un bambino che ha appena terminato le elementari, pardon il primo ciclo.., si continuano a studiare…) e ad imparare i fiumi e i monti (riservato ai quarantenni: avete mai sentito questa filastrocca: “MACOnGRAnPENaLERECAGIU”?) ma possibile che si parli ancora di “nuove tecnologie informatiche” (NUOVE?????) e si propongano i computer come strumenti per produrre ipertesti, come negli anni ‘80?
Eppure questo si legge negli esempi in pillole. Saranno pillole…avvelenate?
Parlo di Google Reader. Ora è dotato anche di una funzione di ricerca, di utilità astronomica! Capita sempre di ricordarsi di avere letto un certo post che parlava di…… dopo giorni e giorni.. e ovviamente non lo si era marcato in alcun modo.. Ora lo si cerca, finalmente!
E poi, francamente, sembrava assurdo che in una applicazione Google mancasse proprio….la ricerca!!!
Unico accorgimento: se si usa Firefox, occorre chiudere il browser e riaprilo, altrimenti la casellina di ricerca non compare!
in 10 punti, da Read/Writeweb. Una summa di quello che potrebbe accadere nei prossimi anni nel mondo di Internet e non solo, dal Semantic Web all’intelligenza artificiale, dai mondi virtuali ai Web services e altro ancora.
Difficile trovare riuniti in un unico documento tutti questi elementi, corredati di link che basterebbero a farci perdere qualche giornata… E’ un post davvero prezioso.
Stephen Downes ritorna sul tema delle riviste scientifiche e dei loro formati. Prima la video-rivista, ora è il turno dell’organizzazione e soprattutto del referaggio degli articoli da pubblicare: come organizzare un open journal.
La cosa mi interessa da vicino, dal momento che collaboro come technical editor alla rivista Je-LKS, il journal della SIe-l.
Ebbene, secondo Stephen, oggi anche i journal vanno riformati: non più un referaggio “segreto”, eseguito privatamente da tre-quattro editor che possono anche essere poco attenti e forse talvolta..poco competenti. L’iter della pubblicazione può/deve diventare trasparente: gli autori pubblicano il pre-print e il pubblico li valuta, in modo aperto e visibile, attraverso un sistema di nomination (ahi Stephen, temo che qui in Italia questo termine sia improponibile ) e il successivo vaglio finale di un comitato di members della rivista.
Il procedimento suggerito da Stephen è intrigante, anche se il meccanismo presenta qualche incongruenza (se i members sono coloro che hanno già pubblicato in precedenza sulla rivista, come si fa in fase di startup? Il numero 1 come lo si realizza?).
Soprattutto, l’idea di fondo dell‘apertura, della democratizzazione della scelta di cosa pubblicare, è quella che più mi attrae.
Un altro video di Common Craft è stato sottotitolato in italiano su dotSUB: è l’ultimo uscito, dedicato a Google Docs.
La particolarità di questo video è che è stato originariamente realizzato da CommonCraft “su commissione” di Google che però, ha poi concesso la diffusione via dotSUB per consentirne la traduzione.
Neanche a dirlo, in meno di un giorno dall’annuncio, la traduzione in italiano è stata completata (io ho solo corretto stamane un paio di refusi ).
Una noticina: su dotSUB i filmati sono attribuiti all’autore originale, mentre non resta traccia di chi ha eseguito le traduzioni, che sono totalmente aperte e anonime.
Mi sono imbattuto in Semapedia, un ennesimo esempio di mashup. Si tratta di un’idea particolare, che implica l’uso di device mobili come i telefonini, per accedere alle informazioni presenti su Wikipedia. Nella home page si legge:
L’obiettivo di Semapedia è collegare il mondo virtuale con quello fisico, linkando uno specifico spazio fisico con le informazioni disponibili su Wikipedia.
Il collegamento con il mondo reale viene realizzato con i tag Semapedia, ovvero codici a barre 2D (anche detti Semacode, da cui il nome del sito…) come questo:
Si possono poi stampare e incollare i tag nel luogo fisico corrispondente (problema: DOVE incollare i tag? Non è che si possano appiccicare impunemente etichette su monumenti e palazzi… vabbè è l’idea che conta )
A questo punto, una volta taggato fisicamente il luogo, qualunque visitatore dotato di telefonino dotato di fotocamera e software per la lettura di codici 2D (anch’esso scaricabile da Semapedia) potrà leggere il tag e vedersi comparire automaticamente sul telefonino la pagina corrispondente di Wikipedia, in formato adatto alla visualizzazione su mobile!
Il progetto è affascinante ma forse ancora poco sostenibile, un po’ troppo macchinoso e problematico il procedimento: in quanti hanno sul telefonino il software per la lettura dei Semacode? Dove attaccare “legalmente” le etichette? Quanto (poco..) è conosciuta questa iniziativa?
Ma, come dicevo, tutto ciò in fondo non importa, l’idea è bella e si presta straordinariamente ad un uso didattico: tante scuole di paese, di quartiere, ma anche di città, potrebbero impegnare gli alunni nella compilazione delle voci di Wikipedia relative al loro territorio, che ancora mancano o sono incomplete, per poi creare i tag Semapedia e infine interessarsi ed agire per trovare il modo di incollarli in modo corretto e legittimo. Nel caso di voci già presenti, anche soltanto l’ultima fase costituisce un’attività comunque interessante.
Un modo per fondere tecnologia e conoscenza del territorio, per aumentare il coinvolgimento degli alunni, impegnandoli attivamente e, tutto sommato, anche per dimostrare che il telefonino non serve soltanto per disturbare la lezione, che sul Web non ci sono soltanto pornografia o tesine pronte da scopiazzare ma si può essere anche utenti attivi e autori, oltre che fruitori, di contenuti utili per l’intera collettività.
Il lavoro svolto, soprattutto da Pierfranco Ravotto, Francesca Berengo, Monica Terenghi e dalle altre colleghe e colleghi dell’ITSOS “Marie Curie” è stato straordinario, realizzato in tempi brevissimi e con risultati splendidi. I metaLO (destinati ad insegnanti che abbiano voglia di sviluppare da sè i materiali) e alcuni Learning Obiect disciplinari gia disponibili, sono di altissimo livello e dimostrano che spesso i migliori autori sono proprio gli insegnanti, che hanno idee e sanno come si insegna, anche se non sono “maghi di Flash” o “artisti dei CSS”. E’ una multimedialità “povera” ma sostenibile e, soprattutto, efficace. Per chi volesse vedere (e toccare): http://www.sloopproject.eu/.
Il software Freeloms, sviluppato da Manuel Gentile e Davide Taibi, coordinati da Giovanni Fulantelli e Mario Allegra, è un sistema attualmente unico al mondo nel suo genere: un software Open Source, Web-based, per costruire, condividere, catalogare, ricercare, sfogliare, commentare in modo collaborativo, Learning Object in standard SCORM, con tanto di scormizzatore di Powerpoint incorporato. In pratica, lo “SCORM per tutti”, accessibile anche ad insegnanti privi di competenze specifiche, complementare per rmolti versi a eXe, il noto authoring tool e a Moodle, con il quale è integrato mediante una variante del modulo SCORM (in pratica si potranno prelevare i pacchetti direttamente dall’archivio di Freeloms, in qualunque corso basato su Moodle, ed è una cosetta non da poco…)
Il mio intervento era all’interno di una tavola rotonda. Ho scelto di proporre un elenco di temi e problemi aperti per lo sviluppo e la diffusione delle OER. Queste sono le slide:
Approfitto anche per chiarire un equivoco comunicativo relativo all’ultima slide, che ad alcuni è sembrata una critica al progetto. Non era così, semmai qualche perplessità la mantengo rispetto alla scelta di SCORM come formato di elezione. Io volevo solo appropriarmi della considerazione ripresa dal rapporto OLCOS, a livello di scenario, sul fatto che l’impatto, potenzialmente rivoluzionario, delle OER potrà essere realmente efficace solo se si modificherà, almeno in parte, l’impostazione centrata “sul docente e sulla materia” che domina i nostri sistemi scolastici. Un approccio centrato sullo studente-lifelong learner e sull‘acquisizione di competenze sarebbe più efficace e, secondo me, le OER stesse potrebbero indurlo, se avranno successo…
Per ora, in Italia, questo è uno dei pochi progetti che realmente hanno realizzato qualche deliverable concreto, utilizzabile e di livello internazionale (pubblicazione conclusiva).
Apprendo da Gianni che si è appena tenuto un interessante seminario al CISI di Torino. Io stesso, più o meno negli stessi giorni, ho partecipato ad un altro evento…
Mi viene in mente che abbiamo un po’ la tendenza a parlare di molti eventi dopo che vi abbiamo partecipato, magari per commentare (su questo Gianni è insuperabile!!) o per far conoscere e condividere il nostro intervento.
Sarebbe utile invece essere informati anche prima, per programmare un po’ meglio la caotica vita quotidiana, poter scegliere gli eventi ai quali partecipare e non perdersi magari qualcosa di interessante.
Lancio allora una proposta: ho creato un calendario di Google condiviso, pubblico (quindi accessibile a tutti in lettura), nel quale inserire, appena se ne ha notizia, gli eventi dei quali si ha diretta conoscenza.
Il titolo del calendario è “Convegni ed eventi di tecnologia dell’educazione, e-learning e Net Cultura in Italia” e credo sia esplicativo riguardo alla tipologia di eventi da includere: da convegni universitari e scolastici, a seminari, conferenze, BarCamp ed altri eventi che si ritiene possano interessare i colleghi. Mi limiterei intanto all’Italia come area territoriale, ma su questo sono aperto al confronto, se qualcuno inserisse già qualche evento straniero …al limite poi cambiamo il nome al calendario
Ho già invitato direttamente un piccolo gruppo di amici e colleghi, ma chiunque fosse interessato a contribuire e non abbia ricevuto l’invito, può richiedermelo direttamente.